Due casi clinici 

 
Caso Clinico N° 1 :

Giovanni, 13 anni, studente.
Lamenta scarsa capacità di concentrazione e del rendimento scolastico.


Il paziente arriva accompagnato dalla zia. E’ un bel giovanotto dall’aspetto un po’ trascurato, cordiale, sorridente, impacciato e quasi balbuziente, dalla voce bitonale. Sembra coltivare interesse per l’inglese, la fantascienza, e la costruzione di macchine con pezzi di riciclaggio (lampadine fulminate, attrezzi di cucina malandati, occhiali rotti…). Sembra anche determinato nelle scelte. Alla mia richiesta se ha già deciso quale carriera intraprendere, risponde che sarà tecnico scientifico. Ma va male in Geografia, Storia e Musica, e questo fa arrabbiare il padre con cui di conseguenza ha sviluppato un rapporto difficile. A scuola "non lega" con i suoi compagni.
Riferisce di non riuscire a concentrarsi, e teme di deludere il padre, che negli ultimi tempi ha manifestato una certa durezza nel rapporto con il figlio, che si manifesta in modo ricorrente con sgridate e minacce; Giovanni sottolinea che al fratello minore il padre riserva invece maggiore comprensione.
Riferisce anche di avere inoltrato persino una richiesta a "Babbo Natale" per aiutarlo a migliorare il rapporto col padre. La madre è raffigurata come una persona debole e rassegnata.
 
La zia evidenzia che il ragazzo non ha amici, che non chiama ne viene chiamato da nessuno al telefono, che è sempre chiuso nella sua stanza a disegnare e costruire automobiline, che studia poco, che non si applica, passando fra l’altro molto tempo a guardare cartoni animati in televisione.
La zia mostra un evidente atteggiamento protettivo nei confronti del nipote, pertanto è stata pure oggetto della mia attenzione: donna in menopausa senza figli che ha sviluppato un comportamento quasi morboso nei confronti del nipote. Lo accompagna a scuola e lo va a riprendere, gli ricorda quando si deve lavare i denti, e lo assiste persino quando si fa la doccia.
 
Considerazioni diagnostiche
L’elemento più evidente sembra essere una forma di ritardato sviluppo psichico, probabilmente anche in relazione al rapporto pernicioso con la zia, che sembra fungere da elemento di protezione anche dall’aggressione paterna.
Un altro elemento di considerazione e’ il fatto che il ragazzo attua una personale difesa dagli eventi stressanti rifugiandosi nel suo mondo fatto di sogni e di irrealtà. In pratica, cerca di pensare meno.
La timidezza potrebbe essere un secondo aspetto reattivo, conseguente a questa situazione di disagio, a discapito del suo personale processo di crescita.
 
In questa fase di controdipendenza il ragazzo sembra avere optato per una scelta regressiva, verso una condizione di dipendenza, rinunciando quasi ad ogni tentativo di autodeterminazione.
 
Approccio terapeutico 
La prima scelta cade su:
Chestnut Bud (apprendimento) per favorire lo sviluppo mentale.
Clematis (presenza) per consentirgli un contatto migliore con la realtà.
Mimulus (coraggio) per affrontare la paura nei confronti del padre e l’insicurezza, in modo da valutare anche la correlazione con la "balbuzie".
Walnut (libertà) nel tentativo di consolidare l’autodeterminazione nel difficile processo transazionale tipico dell’adolescenza.

Due giorni dopo

 La zia mi contatta telefonicamente per comunicarmi dei suoi sospetti che in presenza del ragazzo non poteva dirmi. Sospetta da tempo che il nipote sia omosessuale e che da piccolo abbia subito (sic!) violenze imprecisate da parte del padre.
Mi comunica anche che Giovanni assume regolarmente le essenze floreali che gli sono state prescritte.
 
Quindici giorni dopo. 
Visita di controllo. Giovanni viene a trovarmi da solo. Il primo riscontro è un deciso miglioramento della balbuzie, i denti sembrano puliti, e anche i vestiti. Scavo un po’ nel suo passato familiare e nel suo presente affettivo. Non ha ancora baciato una ragazza, ma gli piace una che è gia "fidanzata". Non si da’ da fare per incontrarla perché pensa di non piacerle. Ha preso confidenza con me e mi dice di soffrire dal fatto che i suoi genitori litighino spesso e suo padre alzi la voce. Ha paura di lui, ricorda che quando era più piccolo lo menava "di brutto". Quando ripesca questi ricordi balbetta di nuovo. Poi si riprende. Quanto alla scuola riferisce di avere parlato a lungo con alcuni suoi compagni di classe. Vuole andare in autobus a scuola da solo.

Ritengo di proseguire con la terapia immodificata.
 
Un mese dopo. 
Giovanni va da solo a scuola, si applica di più nelle materie "deboli", e per la prima volta ha ordinato da solo la sua stanza. Il padre gli ha pure elargito un complimento. Mi riferisce che telefona regolarmente a due amici e che vuole giocare a calcetto. Il tempo passato davanti alla televisione sembra essere diminuito. La voce ormai non è bitonale e la balbuzie è molto attenuata, o si evidenzia solo nei ricordi più spiacevoli.
 
Della terapia provo a verificare l’impatto del solo Walnut sospendendo le altre essenze.

Due mesi dopo
 
Arriva sorridente e la stretta di mano è forte e decisa. Il rapporto con il padre è migliorato e nello studio sembra mostrare più interesse e applicazione. Gioca a calcetto e mi legge la lettera d’amore preparata per una compagna.

Conclusione
La settimana successiva la zia telefona mostrandosi preoccupata del cambiamento del ragazzo. Le propongo su due piedi un colloquio personale. Non viene. Il ragazzo mi viene a trovare ogni tre mesi.

 

 
Caso Clinico N° 2 :
 
Sheila, 60 anni, inglese, da molti anni in Italia, ex insegnante d’inglese, sposata, due figli, un marito di quindici anni più grande. Lamenta stanchezza, aggressività e malumore frequente.

Sheila mi dà subito l’impressione di una donna sicura di sé, parla in maniera decisa con un lieve accento inglese. Il sorriso dev’essere stato accattivante in gioventù, ma oggi l’espressione è dura, poco amichevole. Appare provata fisicamente nonostante sia molto ben curata nell’abbigliamento e nel trucco.Lamenta il fatto che, da due anni non si vede più come una persona solare, allegra, disponibile. Al contrario, ora si sente sfinita, depressa, di cattivo umore, e con la continua sensazione di essere "usata". Da mesi il suo cervello le "parla da solo", si sente grassa (nonostante sia molto magra) e per questo motivo sta costantemente a dieta. Assume lassativi sin da giovane e in passato ha fatto uso di anfetamine per la linea.
 
Al colloquio clinico la paziente evidenzia subito il fatto che la madre la faceva sentire insignificante, inadeguata, grassa e brutta. Ma l’evento centrale pare essere la questione che a 21 anni lei scopra per caso di essere stata adottata. Almeno in questa chiave tende a spiegarsi varie cose, e il rancore nei confronti della madre si fa ogni volta maggiore. Si sente ingannata e tradita. Da lì a poco conosce il suo futuro marito, e in pochi mesi si sposano. Inizia così per Sheila una nuova vita. Lui è protettivo, affettuoso, anche se comunica poco. Ma a lei basta sapere che c’è l’affetto, quello che pensa di non aver mai ricevuto dalla madre.
Afferma di avere identificato il motivo della sua rabbia attuale: il figlio ha avuto un bambino con un’americana di colore, divorziata due volte. Secondo il suo parere sarebbe una persona invadente, falsa, utilitaria, grossolana: a casa le apre il frigo senza chiedere permesso, usa il suo asciugamano, si butta sul divano del soggiorno a vedere la televisione, mettendo tutto sottosopra. Sheila ama l’ordine.Ha parlato di questo con suo figlio, ma lui non vuole sentire ragioni. La ama, e vi riconosce la madre di suo bambino.
 
Sheila fuma. Trenta sigarette al giorno. Non riesce a piangere, anche se ne avrebbe tanta voglia.
 
Considerazioni diagnostiche 
L’elemento più evidente sembra essere l’immagine di sé contorta rispetto alla realtà: lei si sente grassa, invece è magrissima, ha un rapporto ostile con il proprio corpo. Ingigantisce i problemi e li rimugina in testa.
Non ha superato ancora il trauma relativo alla consapevolezza di essere figlia adottiva. E’ un dolore represso non smaltito, che le impedisce di riconoscere la parte amorevole di sé e degli altri.
La sensazione di entrare in competizione con un’altra donna la rende aggressiva, e non riesce a realizzare che "non devono pagare i giusti per i peccatori".

Approccio terapeutico

 
La prima scelta cade su: 
Crab Apple (purezza) per lenire la sensazione di disgusto di sé, la sua smania per l’ordine, e per ripristinare i contatti sul piano fisico ed emotivo.
Star of Bethlehem (risoluzione) per sbloccare l’energia e stimolare la capacità di superare i traumi integrandoli nel contesto delle esperienze di vita, e permettere la valorizzazione delle esperienze positive.
Holly (amore) per lenire le conseguenze dolorose delle esperienze del passato, per renderla più sensibile ai rapporti umani e ai sentimenti positivi, per imparare ad accettarsi ed amarsi per quello che è. Per ripristinare il senso dell’humor ed aiutarla a fare pace con il mondo.

Quindici giorni dopo
Sheila dichiara di aver sognato molto in questo periodo. I sogni sono di solito a sfondo terrifico. Sogna di essere un neonato abbandonato nei cassonetti della spazzatura, che nessuno ascolta piangere (sogno ripetitivo). Si sveglia piangendo e questo lo interpreta positivamente, perché credeva perduta per sempre la sua capacità di piangere.

 
Ritengo di proseguire con la terapia immodificata.
 
Un mese dopo
I sogni più recenti sembrano più sereni. Nell’ultimo si è vista mentre prendeva il piccolo nipotino mulatto fra le braccia. Le sigarette sono scese a 20 al giorno e ora manifesta la voglia di smettere di fumare, passando dallo stadio di precontemplazione a quello contemplativo secondo il modello di Prochaska. Ha solo paura di ingrassare. La funzione intestinale è migliorata ed ha smesso di assumere lassativi. L’umore è migliorato e tutti a casa se ne sono accorti. Ha preso in braccio il nipote.

2° Prescrizione: Crab Apple, Holly.

 
Conclusione
Decidiamo insieme di protrarre il trattamento finché non ci saranno cambiamenti di percorso sostanziali.